L'Ultima volta in serie B 1963-64 ...

In alto: Gridelli, Frassinelli, Veneranda, Rizza, Moradei

In basso: Mazzoni, Ruggiero, Taccola, Azzalli, De Dura e Bullini

 

Intervista al vecchio presidente del Prato di allora rilasciata a "Il Tirreno":

«E pensare che puntavamo alla A»
Baldassini ricorda l'ultima stagione del suo Prato tra i Cadetti

di Fabio Barni


PRATO. È un giovanotto di novant'anni, un uomo tutto d'un pezzo che ha conosciuto la guerra e che, subito dopo, è diventato industriale. Che in cuor suo conserva il dolore più grande e che, con la mente, torna indietro, protagonista del boom economico e presidente del Prato nell'ultima stagione in serie B. Dino Baldassini è di quelli che la vita se la fanno ancora da sé, finalmente privata.
Approdato alla presidenza di un club biancazzurro con tante ambizioni, Baldassini conobbe subito l'amarezza di una retrocessione imprevista e immeritata. Fatto sta, che fu quella l'ultima stagione fra i cadetti. Era il 1964 quando il Prato salutò, con la serie B, le testine dei suoi sull'album delle figurine Panini.
Presidente, che cosa si ricorda di quell'anno?
«È passato tanto tempo. Arrivai alla presidenza con l'intenzione di salire. La serie B poteva andare. Ma eravamo in tanti a essere convinti che Prato potesse meritare la serie A».
Invece, siete retrocessi...
«Ci mancò soltanto un punto. D'altra parte, proprio alla vigilia di quell'anno, avevamo studiato seriamente la serie A».
Quali programmi avevate?
«Con il direttore sportivo Giachetti, una persona serissima che conosceva davvero bene il mestiere, avevamo pensato di puntare sui giovani pratesi. Si trattava di gettare le fondamenta, di poggiare la scalata sui giovani pratesi. Io, che da operaio ero diventato imprenditore, guidavo la squadra di calcio come l'azienda, con lo stesso entusiasmo».
Insomma, le sarebbe piaciuto presiedere, addirittura in serie A, una squadra di tutti pratesi...
«Ammiravo i ragazzi di Prato, li avevo seguiti bene. Dai vivai della città sono usciti diversi campioni. E sono sicuro che se tanti giovani avessero ricevuto la fiducia della società, Prato avrebbe avuto un numero ancora maggiore di campioni».
È un consiglio che dà alla società attuale?
«A Toccafondi ho ripetuto spesso che deve puntare di più sul vivaio, anziché valorizzare i giovani degli altri. Però, posso dire che il presidente sta facendo il massimo. Non dicano che ci guadagna. Posso assicurarvi che continua con grandi sacrifici. All'inizio, aveva altri imprenditori in società. Adesso no».
Qualcosa di simile capitò a lei...
«Avevo messo su un consiglio di una quarantina di imprenditori. Avevo chiesto a tutti di contribuire con 5 milioni a fondo perduto. Sono sicuro che, poco dopo, sarei riuscito a chiederne 10. Ma la scalata alla serie A era vincolata anche alla costruzione di un nuovo stadio da 30mila posti. Mi ero proposto di realizzarlo a Gonfienti, su terreni di mia proprietà. In cambio, avevo chiesto al sindaco Vestri di rendere edificabile il vecchio stadio. Fu allora che si sparse la voce che facevo il presidente del Prato per interesse. Risposi che se un'azienda non guadagna, muore. Ma i consiglieri scapparono».
Addio sogni di gloria...
«Restai ancora diversi anni alla presidenza. Vincemmo anche un campionato nazionale con il vivaio. Prendevamo giocatori in prestito. Costruivamo calciatori dal vivaio e il vendevamo. Ricordo che Giannotti fu ceduto per 100 milioni. Ma era un modo per tirare avanti. Alla fine, misi la società in liquidazione. Lasciai la società sana, con 108 giocatori. Pagai i debiti e venni via».
Perché?
«Il motivo che mi spinse ad accettare la presidenza fu la voglia di serie A. E lo ripeto: con 40 consiglieri e 400 milioni ce l'avremmo fatta».